Adattarsi al pubblico
Non basta leggere – 8. Il contenuto del libro
Mi addentro sempre di più nell’analisi del contenuto dei libri, per spiegare i criteri di giudizio che utilizzo per comprendere il valore dei libri e degli albi illustrati. In questo approfondimento mi concentro sul fenomeno della “semplificazione”.
Partirò da una riflessione sui classici, per poi introdurre un discorso più profondo legato a una tendenza della scrittura e della concezione della storia che sembra ormai caratterizzare in modo inequivocabile il libro nella contemporaneità.
Perché si adatta o si riscrive un classico?
La risposta riguarda il nuovo profilo dei lettori italiani. In una Italia di non lettori, l’idea di letteratura e – a maggior ragione – l’idea di letteratura per l’infanzia è piuttosto vaga. Da una parte si fa fatica a rimanere aggiornati sulle nuove uscite: bisogna avere gli strumenti giusti per riuscire a recuperare le notizie e distinguere le fonti autorevoli dal marketing e, soprattutto, bisogna essere competenti e desiderosi di farlo, perché gli specchietti per le allodole (e gli esperti improvvisati) sono dappertutto. La soluzione più semplice, quando non si abbiano tempo o strumenti per aggiornarsi, è quella di rifugiarsi nel noto, o meglio in quello che si riconosce abbia un valore sancito dalla comunità: il classico. Potranno mai essersi sbagliati per secoli nell’indicare Le avventure di Peter Pan come un capolavoro? Certamente no.
Il genitore preoccupato che il figlio legga, ma con nessuna competenza su cosa potrebbe essere adatto a lui, si rivolgerà con fiducia ai classici. Accade così che si cerchino Piccoli Principi da leggere a bambini, Peter Pan da regalare a primi lettori, Alici nei Paesi delle meraviglie da leggere ad alta voce alla scuola dell’infanzia…
Il classico dà la sicurezza di un giudizio di valore condiviso che ne ha sancito il successo nel tempo e questo, in fondo, può bastare. Si comprende in quest’ottica il successo di tante collane preziose dedicate ai classici, spesso così riccamente illustrate e sofisticatamente realizzate da trasformarsi in oggetti di design più che libri da leggere.
Penso alla collana di classici realizzata da MinaLima, edita in Italia da L’ippocampo, o alla collana I grandi classici illustrati di Rizzoli curata da Benjamin Lacombe. Il problema è che spesso il classico viene proposto come un passe-partout, senza alcuna riflessione sui destinatari ai quali dovrebbe rivolgersi. Se si vuole proporre ad un bambino della primaria un romanzo di avventura, viene in mente solo Stevenson e poco importa se l’universo dell’autore scozzese presenti temi e questioni adolescenziali.
Il rischio è, quindi, che l’acquirente rimanga deluso, proprio perché la scelta non è calibrata sul lettore. Il mercato è corso ai ripari, adattando il classico alla domanda e trasformandolo in un prodotto fruibile a un pubblico molto più ampio di quello originale. Questo ha dato vita a riscritture e semplificazioni con esiti che vanno giudicati, caso per caso, per capirne il valore.
La collana di Rizzoli, ad esempio, contiene sia testi integrali che riscritture (fate molta attenzione alle diciture: «dal romanzo di Robert Louis Stevenson…» indica che il testo non è quello originale!) e testi non completi (a Il vento tra i salici di Kenneth Grahame sono stati omessi alcuni capitoli). La bellezza delle immagini e la notevole qualità dell’edizione ne fa libri d’arte da sfoggiare in libreria e si è forse tentati di acquistarli per questo, come se non fosse necessario leggerli. I rimaneggiamenti sono all’ordine del giorno in collane di narrativa di tutti i tipi, che abbiano o meno velleità artistiche. Curatori e traduttori sono chiamati a “premasticare” il testo… per renderlo appetibile per tutti: si semplifica, si riscrive, mantenendo lo scheletro della trama, come se il COME è stata raccontata la storia fosse un fatto secondario e accessorio.
Ma non è la sola profilassi a cui i classici sono sottoposti. I rimaneggiamenti arrivano trasformarsi anche in forme che potrei quasi definire “parassite”.





